Il ruolo del padre nei primi mesi di vita del bambino

 

L’allattamento è uno dei momenti della giornata che maggiormente caratterizzano l’interazione con il bambino in età neonatale sia in termini di tempo che in termini relazionali. Prendersi cura fisicamente del proprio piccolo, come pure nutrirlo sono aspetti importanti per la sopravvivenza del neonato.
Ma questi gesti sono prima di tutto nutrimento psicologico sia per il piccolo che per la madre stessa: allattare un figlio è un gesto che va al di là del semplice soddisfacimento biologico del bisogno alimentare poiché implica un passaggio di elementi relazionali come il contatto fisico, l’abbraccio, il calore corporeo che creano un’intimità rassicurante fonte di crescita psicologica ed emotiva oltre che fisica.
Non è solo il piccolo a nutrirsi di queste molecole relazionali: anche la madre ne beneficia. Il suo corpo, da contenitore di un feto che vive della sua stessa vita, diviene nicchia avvolgente in cui ospitare un essere distinto ma strettamente legato a lei: l’allattamento diviene un’occasione relazionale empatica, una confluenza sana e naturale.

Ma che posto occupa il padre? E’ una figura estranea nelle prime fasi della vita del neonato o assume una posizione importante sin da subito? In che modo la sua presenza è importante nella vita del neonato e per la neo mamma così presa dall’occuparsi del piccolo nato? E’ possibile ipotizzare che il padre abbia un ruolo ed una funzione importante nella realizzazione della relazione di allattamento e quindi anche nella scelta di allattare al seno o al biberon?

L’allattamento al seno richiede una disponibilità materna non indifferente: soprattutto se si pratica l’allattamento a richiesta, la mamma non può allontanarsi dal bimbo per troppo tempo, non può riprendere a lavorare, non può dedicarsi alle proprie passioni come un tempo. Ora c’è il piccolo che scandisce le giornate: allattando al seno non ci si può ritrarre dalla relazione. Ma il padre osserva la diade dall’esterno attendendo che i tempi maturino per entrare in relazione con loro oppure ha già una funzione determinante?

Esistono poche ricerche in materia, la letteratura contempla raramente la paternità come funzione, oppure, se lo fa, la inserisce solo sullo sfondo, concentrandosi soprattutto sul suo ruolo sociale e collocandolo all’interno della relazione sicuramente in età successive a quella neonatale.
L’infant research si è occupata molto poco del padre, si è concentrata soprattutto sulla relazione madre bambino: ad esempio nella Strange Situation (Ainsworth et al., 1978) i ricercatori si sono occupati dell'osservazione delle reazioni del bambino all’assenza della madre e alla sua ricomparsa in situazioni che tendono ad elicitare il comportamento di attaccamento tipico del bambino.
Gli stessi stili di attaccamento non contemplano il ruolo del padre nella costruzione della base sicura di cui parlano Ainsworth, Blehar, Waters e Wall nei loro studi: il comportamento di esplorazione e di gioco è basato unicamente sulla fiducia nella disponibilità emotiva del caregiver identificato con la madre. Anche autori illustri come Winnicott, la Mahler , la Klein che hanno rivolto la loro attenzione allo sviluppo psicologico del neonato individuano eventualmente il padre come terzo che può influenzare, con la sua presenza o assenza, il clima relazionale in cui è immersa la famiglia, ma senza riconoscergli una funzione specifica e peculiare né collocando il piccolo in un contesto inevitabilmente triadico sin da subito.

Daniel N. Stern (2000) sostiene che “sono state sviluppate teorie estremamente importanti riguardo alla famiglia nonché metodi terapeutici efficaci per affrontare le problematiche, ma si è determinato un gap rispetto all'origine precoce del triangolo primario. In altre parole, si tratta di un campo di studio privo di un'origine evolutiva adeguatamente compresa” (Stern D.N., 2000 pag.1).

LA RELAZIONE DI ALLATTAMENTO

L’allattamento offre al neonato le basi per una sana crescita non solo fisica ma anche psicologica: esso, essendo la prima fonte di relazione, è il “luogo” dove il bambino vive le sue prime esperienze sociali, dove impara a riconoscere i propri bisogni, a compiere qualcosa per soddisfarli, a regolare la qualità e la quantità dell’incontro con l’altro, egli impara a differenziarsi dalla mamma e a sentire che può aver fiducia prima in lei e poi in se stesso.
Ma perché, se escludiamo i casi in cui ci sono motivi fisiologici significativi, una madre decide di non allattare naturalmente il suo piccolo e di scegliere l’allattamento al biberon?

La spinta all'auto realizzazione personale e professionale, il ripiegamento sul vissuto privato, la scarsa attenzione alla dimensione di condivisione hanno portato l’uomo a vivere in un ambiente fortemente caratterizzato dalla frammentazione e dalla separazione al punto da esorcizzare tutte le relazioni che implicano contatto, dipendenza, impegno emotivo reciproco (Cavalleri, 2001). Così anche il valore del tempo che i genitori passano con il proprio bambino, è sottovalutato: ne è esempio il fatto che in Italia una mamma deve rientrare a lavoro non oltre il quarto mese di vita del bambino; in alternativa può decidere di prolungare il periodo di astensione in modo facoltativo per altri 6 mesi vedendo però ridotto il proprio stipendio del 70%. In molti altri Paesi la situazione è simile.
Anche per questi motivi spesso le mamme rinunciano all’allattamento al seno: esso implica una vicinanza strettissima, una relazione esclusiva e dipendente, un impegno enorme in termini di tempo e di implicazioni relazionali. La società e le leggi non sostengono il valore della relazione tra genitori e figli soprattutto nei primi mesi di vita del piccolo e le giovani coppie devono spesso ricorrere all'aiuto di altre figure parentali (come i nonni) o a strutture educative private o pubbliche. Ecco che il passaggio al biberon diviene inevitabile e lo svezzamento fortemente auspicato.

Non è mia intenzione sminuire o criticare l’allattamento con il biberon. Fortunatamente esso ha risolto situazioni molto complicate: sovente disfunzioni o squilibri ormonali, mastiti o malformazioni del capezzolo impediscono realmente alla madre di allattare il proprio piccolo al seno. Il biberon può salvare la vita a un neonato e, fortunatamente, esistono preparati artificiali (latte in polvere) o naturali (latte di soia o altri) capaci di offrire un nutrimento alternativo al latte materno.
Desidero sottolineare che è possibile ricorrere all’allattamento al biberon senza per questo inficiare la qualità della relazione e il contatto: accogliere il piccolo tra le braccia appoggiandolo al petto anziché proporgli il biberon direttamente in carrozzina è, ad esempio, un elemento differenziale.

LE ORIGINI DEL LATTE ARTIFICIALE

Henri Nestlè creò la prima farina lattea appositamente per un neonato nato prematuro che non poteva alimentarsi con il latte materno in quanto non disponibile. Successivamente, nel 1867, egli brevettò il primo latte artificiale allo scopo di trarne benefici economici.
Si creò così un marketing acriticamente accettato dai medici: essi consideravano l’allattamento artificiale più moderno e misurabile, sia quantitativamente che qualitativamente, rispetto all’allattamento al seno.
Fu dopo la prima Guerra Mondiale che si verificò una vera diffusione di massa del latte in polvere: alcuni Governi (come la Gran Bretagna) lo distribuirono gratuitamente alle neomamme allo scopo di liberarle dall’incombenza di allattare e permettere loro di partecipare più attivamente allo sforzo bellico. Però già “nei primi 20 anni del 900 studi dimostrarono come morte e malattie fossero più frequenti nei bambini alimentati artificialmente rispetto a quelli allattati al seno” (Negri P., 2005).

Anche l’Unicef nel suo rapporto “Fatti per la Vita” del 2002 afferma: “Se tutti i bambini fossero allattati esclusivamente al seno nei primi sei mesi di vita si stima che circa 1,5 milioni di morti infantili sarebbero evitate e la salute e lo sviluppo di milioni di altri bambini sarebbe notevolmente migliore”.
La stessa campagna pubblicitaria, il cui costo veniva ammortizzato aumentando il prezzo del latte in polvere, ha indotto per lungo tempo le neo-mamme ad abbandonare l’allattamento al seno nascondendo informazioni essenziali sui rischi e danni dell’allattamento artificiale: possibilità di contaminazione batterica, qualità nutritiva non ideale e molo distante da quella del latte materno, costo elevato e così via.
Solo nel 1981 un gruppo di operatori sanitari, toccati nella coscienza dai danni provocati dall’alimentazione artificiale su un numero consistente di neonati, riuscì a far approvare il Codice Internazionale sulla Commercializzazione dei Sostituti del Latte Materno dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che limitò e regolamentò finalmente il marketing dell’alimentazione artificiale. Purtroppo però i governi dell’Unione Europea hanno adottato, nel 1991, una direttiva che non contempla il Codice Internazionale nella sua integrità. (Negri P., 2005).

IL PADRE

Gli uomini nella società odierna stanno elaborando una diversa competenza genitoriale rispetto a quella di un tempo.
Oggi tale competenza sembra affiancarsi sempre di più a quella materna in quanto essi si occupano anche delle cure primarie assieme alla madre: cure fisiche, allattamento col biberon, cambio del pannolino, bagnetto.
Quando dico che il padre si sta avvicinando più a competenze di cura primaria non intendo dire che sta rendendo la sua relazione col figlio interscambiabile con quella madre-figlio: entrambe sono infatti relazioni con caratteristiche uniche.
Un tempo la donna aveva il compito di mettere “al” mondo il figlio e il padre quello di metterlo “nel” mondo, di insegnargli a vivere nella società; egli era colui che trasmetteva le regole sociali, era il primo esempio di autorità, il detentore di valori. Il padre era la figura forte che proteggeva il figlio e lo accompagnava nel mondo insegnandogli a vivere e ad adattarsi alle richieste sociali.

Oggi il padre è stato un po’ spodestato da questo ruolo: la società odierna ha subito forti cambiamenti soprattutto nel tessuto sociale (movimento femminista, divorzio, movimento giovanile …) questo ha comportato il fatto che il ruolo paterno sia oggi più difficilmente gestibile ed attribuibile ad un singolo individuo ma venga invece spesso delegato al sistema sociale nelle sue più ampie articolazioni.
Interessante è anche notare il cambiamento che ha riguardato il ruolo della donna nella società odierna.
La donna di oggi è moglie e madre che lavora, divide la sua vita tra faccende domestiche, vita professionale e educazione dei figli. Il primato del mantenimento economico della famiglia non è più nell’uomo ma è nella coppia.
Tanto più la donna esce dalle mura domestiche e si proietta nella società tanto più l’uomo entra in casa, contribuisce alle faccende domestiche e alla crescita dei figli, allo stesso modo aumenta anche il delegare alle istituzioni ed al tessuto sociale molte funzioni tipicamente genitoriali ed educative.

PATERNITA’: ISTINTO O APPRENDIMENTO SOCIALE?

La letteratura si è interrogata sulla possibilità che esista uno specifico istinto paterno, alla stregua di quello materno.
La paternità si attiva nell’esperienza di divenire padre o possiamo pensare che esiste una predisposizione innata ad assumere tale ruolo e funzione?
Se prendiamo in considerazione il mondo animale possiamo identificare un comportamento tipico del maschio difronte alla prole ma tale comportamento non è uguale per tutti: esso varia da specie a specie.
Se pensiamo al lungo periodo di gestazione che è presente nei mammiferi in genere, a differenza di altre specie di animali dove la gestazione è molto più breve, è facile ipotizzare come il maschio subisca una sorta di separazione dalla prole favorita proprio da questi lunghi mesi di gravidanza.

Inoltre, immediatamente dopo la nascita dei piccoli si mantiene e consolida il legame madre bambino grazie all’allattamento. Il maschio può quindi entrare in relazione con la coppia solo se la femmina glielo permette.
Secondo Greenberg e Morris (1974) le ricerche dimostrano che, nell’uomo, l’engrossment (occuparsi interamente di, essere totalmente assorbiti, preoccupati, interessati) va considerato un potenziale innato che si attiva con l’esperienza di diventare genitori ma che ha inevitabilmente un’interazione con gli aspetti culturali dell’ambiente.
Secondo Forleo e Zanetti (1987) sarebbe presente, sia nel maschio che nella femmina, una predisposizione ad assumere comportamenti di cura nei confronti dei figli ma il condizionamento sociale e culturale devia, nell'uomo, tale atteggiamento verso altre modalità di interazione più desiderabili ed accettabili dall’ambiente.
Diversamente invece la pensava Erich Fromm (1956) secondo il quale nella paternità non vi sarebbe nulla di istintivo: si tratterebbe di un “rapporto spirituale”. Secondo l’autore l’amore paterno, a differenza di quello materno, sarebbe condizionato all’appagamento delle proprie aspirazioni.
Margaret Mead (1949) parla della paternità come pura “invenzione sociale” la identifica quindi con un comportamento appreso a differenza invece della maternità. Per le donne si realizzerebbe il meccanismo opposto: esse“ … sono madri a meno che non si insegni loro a negare l’istinto materno”.

RUOLO E FUNZIONE PATERNA

Occorre a questo punto offrire un chiarimento rispetto al concetto di “ruolo” e differenziarlo da quello di “funzione” genitoriale e, nello specifico, paterna.
“Mentre il ruolo è definito da un contesto sociale e culturale determinante, la funzione, pur influenzata da fattori sociali nel suo espletarsi, […] è ciò che il padre sente di dover fare, è la sua risposta emotiva ai bisogni del figlio, è la disposizione interiore precedente all’esperienza, che tuttavia si attiva nell’esperienza. La funzione paterna è precedente all’esperienza e al ruolo, anche se normalmente si attiva in ambedue” (Brustia Rutto P., 1996 pg. 24).

Ecco allora che, se il ruolo paterno è scivolato nel teatro del sistema sociale, l'uomo può invece riappropriarsi di una ricchezza emotiva importante incarnatasi nella funzione paterna riscoprendo il processo di sentirsi padre.
Se dobbiamo pensare al padre, soprattutto nei primi anni di vita del bambino, ma non solo, scopriamo che egli riveste effettivamente un’importantissima funzione: egli sostiene e in parte determina la relazione madre-bambino proprio grazie al suo modo di essere presente nella famiglia, con questa funzione egli regola la distanza nel rapporto madre-figlio: potremmo definirlo il regolatore della relazione empatica.
Ancora una volta abbiamo però un tentativo teorico di triangolazione ma l'ottica rimane fortemente diadica: la funzione paterna ha il ruolo di sostegno alla maternità.
Lo stesso Freud (1924) teorizza l'ingresso del padre nella relazione con il figlio solo attorno ai tre o quattro anni di vita: egli entra veramente nel triangolo relazionale solo in epoca edipica.
Anche Bowlby (1988), autore di una teoria innovativa sotto molti punti di vista, rimase comunque fedele al modello diadico dell'attaccamento tra madre e bambino.

UNA VISIONE TRIADICA

La psicoterapia della Gestalt offre una visione complessa della relazione madre, padre, figlio: non solo il padre occupa un posto e determina la relazione madre bambino come terzo ma, in quanto parte della gestalt relazionale, “nel definirsi “padre” è implicita una definizione del ruolo di “madre” ” (M.Spagnuolo Lobb, G.Salonia, 1993).
In altri termini non potrà esistere quella madre di quel bambino senza quel determinato padre e allo stesso modo la relazione madre bambino non è solo influenzata dalla presenza del padre ma è pregna della funzione paterna, è l’incarnazione di una gestalt relazionale complessa cui partecipano padre, madre e bambino.
Agli inizi degli anni Ottanta il gruppo di Losanna si focalizzò su un progetto il cui scopo era quello di osservare la famiglia come insieme, come unità in un'ottica finalmente triadica. L'obiettivo specifico era quello di identificare la caratteristica dell'alleanza familiare.
Nel gioco triadico di Losanna, per ovviare al rischio di studiare la triade mantenendo però una visione diadica, Fivaz e Corboz (2000) decisero di studiare la famiglia ad ogni livello per poi esaminarne le connessioni e mantenere quindi un interesse ed una visione totalitari. Studiarono quindi l'interazione giocosa di tutte le diadi che compongono la triade madre, padre, bambino e per finire anche quest'ultima.
L'importanza di studiare sia la triade che le sue costituenti sorge dal fatto che, ad esempio, padre e figlio possono avere un particolare complicità che compare solo nella loro interazione diadica, allo stesso modo i genitori possono essere una coppia in crisi senza però inficiare l'alleanza familiare a livello di triade.
Un elemento significativo è la co-costruzione del framework inteso come geometria dello spazio interattivo ovvero configurazione geometrica tra i membri: osservando i cambiamenti nella formazione costituita dalla parte inferiore del corpo dei genitori, il posizionamento del seggiolino del bambino, l'allineamento delle sedie in modo da disegnare un triangolo equilatero, è possibile valutare la predisposizione dei membri ad interagire.

I ricercatori si sono concentrati sulla valutazione delle alleanze familiari: non è importante che le interazioni siano sempre perfette ma che i tre partner giochino assieme, collaborando sia nelle situazioni più facili che in quelle meno fluide: in altri termini quello che conta è la qualità dell'interazione.
Le autrici sono giunte alla conclusione che la triangolazione opera in maniera ottimale quando i tre partner stabiliscono alleanze familiari funzionali nelle quali i membri della famiglia:

·         si includono vicendevolmente nel gioco;

·         si attengono ai loro rispettivi ruoli;

·         sostengono un obiettivo condiviso;

·         restano in contatto.

A mio avviso sarebbe un'ipotesi interessante la possibilità di traslare questo modello, sapientemente elicitato attraverso l'interazione giocosa tra i membri della famiglia, anche alla specifica relazione di allattamento.


CONCLUSIONI:

Come sostiene Daniel Stern (2000) nessun approccio di ricerca, prima d'oggi, aveva mai posto la sua attenzione alle origini della famiglia e quindi a quello che i ricercatori di Losanna definiscono triangolo primario (Fivaz Depeursinge E., Corboz Warnery A.; 2000).
La funzione paterna trova la sua piena espressione solo se anche la cornice di riferimento è triadica. Secondo questa visione essa non è secondaria e supportiva rispetto ad una relazione considerata sino ad oggi principe (quella madre bambino), ma è significativa in quanto tale, essenziale e preziosa, pregna di valore in quanto partecipa direttamente alla determinazione di un campo relazionale unico, che esiste anche grazie alla sua presenza.

Il padre non è semplicemente la luce che illumina la diade madre-bambino ma è, assieme a loro, l'essenza di un quadro in cui ogni singola parte ha senso solo in relazione alle altre.
 

Dott.ssa Giuliana Dughiero

 

Fonte: http://www.psicologi-italia.it/psicologia/famiglia-e-bambini/812/padri-e-figli.html