Tre Figli e un superlavoro? Missione impossibile senza i superpoteri

La giornalista, blogger e mamma Elasti, alias Claudia de Lillo, ci racconta le sue peripezie e quel primo lavoro in cui i colleghi, tutti maschi, la chiamavano «Giovanni»


 

Tutto cominciò nella sala operativa di una società d’intermediazione mobiliare. «Faremo di te una trader», mi promisero con la stessa vibrante solennità dell’investitura di un cavaliere Jedi. In pratica, compravo e vendevo titoli azionari. Era la metà degli anni Novanta, epoca di contratti a tempo indeterminato e di borse euforiche. Erano tutti uomini, in quell’open space, dove adrenalina e testosterone producevano inauditi guadagni e un entusiasmo cameratesco. 

 

«Qui le donne portano sfortuna. Perciò, ti chiameremo Giovanni. Non ti dispiace, vero?», chiese il mio capo, con una grassa risata. Ero poco più che ventenne, il mondo riservava per me quotidiane sorprese e avevo un’incrollabile fiducia nelle meravigliose sorti e progressive dell’umanità. «La parità tra uomo e donna esiste fino a quando diventi madre», mi aveva detto, tempo prima, un’insegnante, saggia e dolente. Le avevo sorriso, per cortesia, senza crederle. Io, e anche Giovanni, eravamo onnipotenti. «Hai un fidanzato? Sappi che qui non durano. Lavoriamo troppe ore, con troppa intensità e troppa abnegazione perché rimanga spazio per altro. Sei stata avvisata, Giovanni». 

 

 

Dopo qualche tempo, decisi di tenermi il fidanzato e lasciai, senza rimpianti, quel primo, virile posto fisso. Sognavo un lavoro appassionante, un amore per sempre, dei bambini, un enorme frigorifero e dei punti fermi. Sognavo la quadratura del cerchio, una felicità rotonda, quello che mia madre e l’insegnante saggia e dolente non avevano avuto. Approdai nella redazione di un’agenzia di stampa. Divenni giornalista finanziaria. Avevo una scrivania, uno username e cento password, un badge con la mia foto, buoni pasto, dei colleghi equamente divisi per genere, una busta paga, le ferie pagate, una macchinetta che faceva il caffè gratis. Avevo, soprattutto, il senso di appartenenza a una comunità, un mio posto preciso nella società, la puntuale - rassicurante o inquietante che sia – prevedibilità del presente e del futuro. Il fidanzato, nel frattempo diventato marito, trovò lavoro a Londra. Eravamo due, eravamo uguali, avevamo lo stesso desiderio di realizzarci e lo stesso diritto di trovare la nostra strada, io qui, lui là. Che problema c’era? Eravamo ciò che volevamo. E avevamo il superpotere del posto fisso. 

 

 

Ebbi il primo bambino. La mia vita si complicò ma feci finta di niente: ero un solerte soldato in ufficio e un’amorevole chioccia a casa. Dissociata, confusa ma in equilibrio, seppur su un filo. Quel bambino ebbe un fratello. Tenere tutti i pezzi insieme divenne sempre più difficile. Ricevevo surreali chiamate dalla baby sitter, durante le riunioni di redazione. «Il piccolo vomita verde. Cosa devo fare?». Una volta, durante una conference call per la presentazione dei risultati trimestrali di Fiat, domandai, a microfoni aperti: «Ha fatto la cacca?», convinta di parlare al telefono con la tata. Ho temuto di essere radiata dalla comunità finanziaria internazionale e dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia.  

 

 

Se ripenso a quegli anni, ritrovo la stanchezza cronica, il senso di colpa, la consapevolezza di essere sempre nel posto sbagliato. Eravamo in tante a vivere in corsa, senza nemmeno il tempo per chiederci se era davvero questo, quello che sognavamo per noi da piccole. A che punto, della strada, abbiamo perso la passione, il piacere, i pezzi? Un giorno, decisi di restituire il badge aziendale e di rinunciare al caffè della macchinetta, per tutelare la mia sanità mentale e per ritrovare un senso al mio andare.  

 

Oggi ho tre figli, un marito, un enorme frigorifero, una partita Iva, varie collaborazioni da libera professionista, tutte precarie, spesso divertenti. Non ho il badge aziendale, un ufficio o degli orari e, per questo, il mio tempo è considerato patrimonio di tutti, tranne che mio. Mi sveglio la mattina alle 4,20 per un lavoro alla radio all’alba, bello e massacrante. Non ci sono quando i miei figli si alzano e vanno a scuola ma mi trovano il pomeriggio, quando rientrano. Lavoro molto da casa però nessuno mi prende sul serio e tutti si sentono autorizzati a fare richieste bislacche in ogni momento («Vai a comprarmi un compasso?». «Passi in lavanderia?». «Mi correggi i compiti di matematica?». «Parliamo un po’?». «Mi prepari una torta?»). A volte, per stare sola, mi nascondo, o mi chiudo a chiave in una stanza e fingo di non esistere.  

 

Mi mancano la sicurezza del domani, l’appartenenza a qualcosa di più grande di me, la prospettiva della pensione, una rete capace di accogliermi, se dovessi cadere. Mi godo la ritrovata passione del lavoro, l’illusione della libertà, la flessibilità di fare quello che devo quando voglio, il piacere di essere vicina ai miei figli. Sono felice? Credo di sì. Arranco? Parecchio. Dove vorrei essere? Non lontano da qui. C’è qualcuno disposto a rappresentarmi? Non saprei. Ho tre maschi. Mi illudo che per loro sarà più facile. Tuttavia, un giorno, da nonna, avrò una nipote femmina e voglio che lei – lei sì - sia capace di far quadrare il cerchio, con i suoi superpoteri.