Essere mamma in Svizzera, dove il part time non è un miraggio

 

 

Elena non ha rimpianti. “In Italia? Ci tornerei per le vacanze, bellissimo, la amo, ma poi basta”, dice sorridendo. Per ora il suo quartier generale, dove vive con il marito e i due figli di 7 e di 4 anni, è in Svizzera, precisamente a Visp, nel cantone Vallese. È arrivata qui la scorsa estate, ma ha già sperimentato come la Svizzera sia un posto diverso anni luce dall’Italia: “Qui ti senti protetto, tutelato, fai parte di una comunità dove le regole sono rispettate.  Le tasse le paghi volentieri, non c’è una buca, è pieno di piste ciclabili. Ma soprattutto nessuno è lasciato solo. Quando siamo arrivati ci hanno fatto una sorta di festa di benvenuto, insieme ad altre famiglie provenienti da altre nazionalità. Gli svizzeri credono realmente nell’integrazione”.


La carriera di Elena, che ha appena 33 anni, comincia a Milano. Una laurea in interpretariato e comunicazione presa mentre nel frattempo lavorava nell’ambito della comunicazione. Poi, pochi mesi dopo la laurea, la grande occasione: una agenzia di comunicazione molto nota e con clienti importanti, l’assunzione a tempo indeterminato. Elena resta lì sei anni, mentre nascono i suoi due figli. “La mia capa è sempre stata estremamente comprensiva e flessibile, ma quando ho avuto la mia seconda bimba, Greta, anche altre tre colleghe sono andate contemporaneamente in maternità. Per questo quando ho chiesto un orario continuato, dalle nove alle cinque senza pausa pranzo, mi è stato negato per non creare un precedente”. Elena decide allora di licenziarsi prima dell’anno della bambina, mentre nel frattempo l’azienda dove suo marito lavora fallisce e il marito comincia a fare il frontaliere con la Svizzera, per poi diventare residente stabile. “Nel 2015 abbiamo fatto il ricongiungimento familiare, e da quando sono arrivata ho sempre lavorato, sia mantenendo una collaborazione con il Museo del Paesaggio di Verbania, sia insegnando lingua italiana in due scuole; e forse a breve sarò inserita nella lista ufficiale degli interpreti e traduttori del Canton Vallese”.

In Svizzera non sono molte le madri che lavorano a tempo pieno quando hanno i figli. “Se vuoi lavorare qui puoi scegliere la tipologia che credi, come un part time al 30 o 60 per cento, io attualmente ho la prima formula, lavoro 15 ore la settimana e guadagno circa 1500 euro, più di quanto guadagnavo full time in agenzia a Milano. Il part time è necessario anche perché la scuola, che inizia a sette anni, prevede lezioni fino alle undici e trenta e tre rientri pomeridiani. Pensa che fanno tre ore di educazione fisica – qui lo sport è importantissimo –, vanno a sciare e a pattinare sul ghiaccio con le insegnanti e soprattutto sono incitati ad essere autonomi. Mio figlio – che ha un’insegnante dedicata come altri bambini perché raggiunga lo stesso livello di lingua degli altri e si integri al meglio - va a scuola da solo, indossando la pettorina, e fa solo la prima elementare”. E se una madre lavora più a lungo come fa? “Nessun problema. Da 3 mesi a quattro anni qui c’è lo Spillchischta, una specie di nido privato oppure si può usufruire del servizio di Tagesmutter che si paga all’ora; ma soprattutto c’è un servizio, ben organizzato, attivo dalle 6.30 alle 18.30, dove si va prima e/o dopo la scuola”. Chiedo a Elena se riceve dei sussidi. “Anche se le politiche sociali variano da cantone a cantone, la nostra situazione può darti un’idea: anzitutto, anche se io non ho partorito qui, per ogni figlio che nasce o si adotta lo stato ti dà 2000 franchi (per nascite o adozioni plurime 3000 franchi per figlio), poi riceviamo 275 franchi (circa 270 euro, ndr) per bambino, che diventano però 375 dal terzo figlio in poi per ogni bambino. Quando il bambino compie sedici anni l’assegno aumenta a 425, e dura fino a 25 anni (assegno di formazione). È vero che il costo della vita è più caro, ma è vero anche che è tutto a misura di bambino, ad esempio la piscina è gratuita fino a otto anni, non paghi quelle cifre esosissime che si sborsano in Italia. Manca poi, specie in relazione all’infanzia, quel consumismo folle che caratterizza il nostro come altri paesi”.

Si spende molto, invece, sul fronte sanitario, ma tutti pagano di buon grado perché il servizio è eccellente (lo stesso vale per i trasporti) e le attese non superano i dieci giorni. “Come assicurazione sanitaria”, continua Elena, io pago 70 franchi al mese per ciascun bambino, ma ho tutto coperto; noi adulti paghiamo di più, circa 300 franchi a persona, ma, ripeto, è tutto proporzionato agli stipendi. Il medico di famiglia spesso opera in una sorta di mini centro specializzato dove si fa tutto, dai prelievi ai piccoli interventi”. C’è poi un altro aspetto fondamentale del welfare svizzero, ovvero il sistema dei tre pilastri. “Il primo pilastro è costituito dall'assicurazione per la vecchiaia e i superstiti (AVS), dall'assicurazione per l’invalidità (AI) insieme ad altre prestazioni complementari, il secondo riguarda la previdenza professionale (cassa pensioni) ed è un’assicurazione corrispondente circa a una mensilità per ogni anno - che si prende alla fine dell’attività lavorativa, in caso di decesso o invalidità o se si ha bisogno per ristrutturazioni o grandi interventi -, la terza è una sorta di pensione facoltativa”. E la tutela contro la disoccupazione? “Qui hai diritto al 75% circa dello stipendio per due anni se lavori da almeno 18 mesi, ma tendenzialmente si viene ricollocati in tempi celeri. Gli uffici regionali di collocamento funzionano benissimo, non si viene lasciati soli, e quindi, semplicemente, è difficilissimo restare disoccupati a lungo qui”.