15 marzo, giornata contro i disturbi alimentari

Simbolo del ricordo, il fiocchetto lilla, per non dimenticare. “Costruiamo una nuova cultura fondata sull’ascolto”


 

PCare ospita oggi, nella giornata della lotta ai disturbi del comportamento alimentare, un articolo della dott.ssa Imma D'Elia, psicologa e psicoterapeuta e collaboratrice della nostra sede di Napoli.

I disturbi del comportamento alimentare non sono solo relativi ad una forma fisica ideale, ma sono un modo per comunicare sofferenze interiori, profondi disagi psicologici per cui pensare in modo ossessivo al cibo – peso – corpo diventa un anestetico per non ascoltare/sentire quel disagio che pensa e agisce , che rende sordi e ciechi, un labirinto che pian piano ti isola dal mondo.

Ma come sviluppiamo queste cognizioni, questi comportamenti che in molti casi portano all’ autodistruzione?

Sin dai primi momenti della nostra esistenza siamo caratterizzati dal bisogno di conoscere e tutto ciò che ci circonda ha un certo effetto su di noi : un pensiero, un discorso, un immagine, un luogo, un evento, un gesto ecc.  Quindi noi risuoniamo intensamente e continuamente con l’ambiente intorno a noi e da questa percezione ci facciamo un’ idea di siamo.  La percezione è il modo con cui il mondo appare al nostro cervello (attraverso le 5 finestre: tatto, gusto, olfatto, vista e udito), è il processo psicologico di base senza il quale non vi sarebbe né memoria, né apprendimento, né pensiero. Dalle percezioni alle interpretazioni degli eventi c’è la storia personale con le proprie luci e le proprie ombre.

Anche la percezione del nostro corpo è filtrata dalla nostra storia emotiva ed oggettiva. Si assiste oggi ad una eccessiva preoccupazione per le forme corporee. Le persone con disturbi dell’ alimentazione idealizzano la magrezza e i loro comportamenti sono finalizzati ad evitare anche il minimo incremento di peso.

Vero è che siamo sottoposti ad un bombardamento continuo di informazioni su ciò che fa bene o fa male alla salute. Questa attenzione ai cibi”buoni” e “cattivi” è sicuramente problematica  e alimenta un rapporto sempre più nevrotico con il cibo che va oltre l’anoressia, la bulimia e la più nuova ortoressia (portare all’eccesso una alimentazione salutistica). Quasi sempre i D. C. A. hanno a che fare con scarsa o assente autostima.

La valutazione negativa di sè, presente in molte persone (soprattutto ragazze), nella maggior parte dei casi precede di molti anni la comparsa del disturbo e si manifesta con una estrema insicurezza in quasi tutte le aree che richiedono una prestazione (relazioni interpersonali, scuola, rapporti oggettivi). Le caratteristiche psicologiche sono : il perfezionismo, il pensiero estremo “tutto o nulla” e l’impulsività. La perdita di peso viene considerata come una straordinaria conquista, un segno di ferrea autodisciplina, mentre l’aumento di peso viene percepito come perdita della capacità di controllo. Sono persone molto critiche verso se stesse e si considerano inadeguate in ambito sociale e personale. Molto spesso il deficit di autostima si verifica nonostante le eccellenti prestazioni ottenute un’infanzia apparentemente ideale. 

Ma chiediamoci perché proprio il peso?

Nella nostra cultura dominata dall’ideale di magrezza è facile pensare che un adolescente con uno scarso concetto di sé possa scegliere il peso come mezzo per aumentare la propria autostima. Il peso è una pietra di paragone ideale per valutare se stessi: è osservabile e quantificabile.


La persona con DCA vive uno stato di perenne ansia, perenne stress. Lo stress può anche essere collegato al bombardamento di modelli proposti dai mass-media; ovviamente gli effetti di una possibile comunicazione persuasiva dipendono da come una persona recepisce il messaggio e lo interpreta. I testimonial ad esempio, sono dei modelli ad elevata riconoscibilità perché in possesso di un significativo credito pubblico. L’immagine del corpo dell’altro, la sua apparenza influiscono sulla maniera in cui ci percepiamo. La vista di chi non ci somiglia ci rimette in discussione quanto più siamo fragili e mal definiti, incerti delle nostre identità. Mangiare è un atto culturale, sociale, psicologico . Si mangia per soddisfare, oltre l’appetito anche le proprie emozioni. Pensiamo al momento in cui un genitore offre una caramella ad un bambino per consolarlo, il cibo diventa un modo per nutrire oltre al corpo anche lo spirito. Ma questi sono comportamenti auspicabili. Il problema si presenta quando le abitudini alimentari determinate dagli stati emotivi mettono a rischio la salute.

Quindi non è possibile ridurre un atto importante come il mangiare con tutti i suoi significati sociali e psicologici alla semplice ingestione di sostanze nutritive destinate a servire da carburante al nostro organismo e al piacere che per lo più ne deriva. A tavola socializziamo, i pasti in comune sono ben più che occasioni per fare rifornimento di energia, sono un istituzione tipicamente umana dove la nostra specie ha sviluppato il linguaggio, la cultura. Offrire e ricevere cibo, mangiarlo insieme significa riconoscere ed accettare reciprocamente i legami che si stabiliscono o che si riaffermano.  Prevenire i disturbi del comportamento alimentare è possibile ma c’è la necessità di costruire una nuova cultura fondata sull’ ascolto senza pregiudizi e apprendere la forza della condivisione e della vita di relazione.

Affrontare un dolore che si cerca di soffocare con il cibo (abbuffate e/o restrizioni, sport ossessivo compulsivo) non è difficile, la vera difficoltà è un'altra: affrontare i propri conflitti. Entrare veramente in contatto con i propri conflitti, prenderne coscienza, richiede un confronto leale, corretto, con i contenuti stessi del conflitto. In questo senso è utile il confronto terapeutico (ed è dannosa e inutile l’autoanalisi) per una presa di coscienza della realtà conflittuale, ovvero dello scontro-incontro tra il principio del piacere e il principio di realtà.